
La rimozione dei tatuaggi è una pratica ormai diffusa su larga scala, e non è assolutamente difficile trovare un ambulatorio che la effettui. Assai più di difficile è reperire delle informazioni corrette. Di sicuro i tatuatori, almeno la stragrande maggioranza, non ha le competenze e le basi per poterne parlare. Chi invece effettua la rimozione, che ricordiamo dev’essere un medico abilitato che utilizza macchinari certificati, è spesso “viziato” dal fatto che deve vendere il proprio servizio. Ci siamo così detti: dobbiamo arrivare alla verità, e per farlo siamo andati a leggere sulle più importanti pubblicazioni scientifiche.
In breve: meglio investire in un buon progetto con un buon professionista che inseguire la moda… e poi inseguire un laser. Ma prima di dare affermazioni affrettate, studiamo la storia e approfondiamo le radici scientifiche.
Rimozione dei tatuaggi: novità tecnologica?
Nel mondo antico

Il più antico reperto di tatuaggi è di Ötzi, “l’uomo del ghiaccio” ritrovato tra Italia e Austria, risalente a più di 5300 anni fa. Credit: South Tyrol Museum of Archaeology
Ogni era ha le sue tecnologie, e spesso quando ci si guarda indietro si sorride al pensiero dei vecchi metodi. Ma contestualizzandoli si può capire che quello che scopriamo era davvero “avanti” per quella specifica epoca. A differenza del tatuaggio tribale e ancestrale, che aveva scopi sia di status sociale che medici e religiosi, come nell’antico Egitto o anche nelle ere precedenti, nell’epoca classica, quindi greca e romana, il tatuaggio aveva più che altro un significato negativo. Ed è in questo periodo che nasce la vera pratica di rimozione. Prigionieri marchiati e poi liberati, schiavi in fuga e molti altri che erano finiti per essere stati marchiati avevano la necessità di rimuovere le loro “condanne” su pelle. Nasce così la tecnica dell’abrasione, che in parole povere non era altro che lo strofinare la pelle con una superficie abrasiva fino ad un risultato accettabile. Non tanto piacevole 😅

Banner dipinto a mano di George Burchett: “copertura e rimozioni di lavori grezzi”, credit: American Museum of Natural History / Beckett J. Photographer
Nel mondo moderno
La storia del tatuaggio ha avuto picchi positivi e picchi negativi. Sicuramente uno dei più grandi picchi positivi è rappresentato dall’introduzione all’epoca del tatuaggio moderno, che coincide con l’invenzione della macchinetta elettrica (O’Reilly, 1891). Quindi dall’epoca tarda vittoriana fino alla grande depressione americana (1929). In questo florido periodo, specialmente per il tatuaggio inglese e americano (parlando di tatuaggio occidentale), il marchio su pelle era d’uso comune, specialmente per la parte nobile e borghese della popolazione. I grandi maestri del tatuaggio hanno potuto sviluppare, studiare e realizzare tra i più iconici e potenti disegni della storia del tatuaggio.
Qui arriviamo al discorso di rimozione dei tatuaggi in epoca moderna. Infatti erano gli stessi tatuatori, come ad esempio George Burchett, considerato non solo un maestro tatuatore, ma tra i più influenti della storia, a praticare la rimozione. Come suggerivano gli stessi banner dipinti che pubblicizzano l’attività.
Un’altro influente indiscusso re dell’inchiostro che effettuava la rimozione dei tatuaggi era il tedesco Christian Warlich, il quale si serviva di una sua miscela di tinture, oli essenziali e pigmenti per far “scomparire” lavori malriusciti o ormai indesiderati. Puoi approfondire qui. In genere questo era il metodo più utilizzato perché prometteva di essere “indolore”. Certo che il risultato, in generale, non era dei più soddisfacenti, ma per il tempo era più che apprezzato, specialmente perché molto meno invasivo rispetto ad altri più cicatrizzanti.
Il Laser
Negli anni ’60 si provarono i primi laser (argon e CO₂): funzionavano, ma spesso lasciavano il conto in cicatrici perché poco selettivi. Il salto vero arriva nel 1983 con la teoria della fototermolisi selettiva: impulsi brevissimi colpiscono quasi solo il bersaglio cromatico. Da lì i Q-switched, diventano lo standard, fino agli attuali picosecondi, più “precisi” nel frammentare il pigmento e ridurre effetti collaterali rispetto ai vecchi sistemi.
Fonti: NLM PBC Sage
Come funziona davvero? In pratica si usa una lunghezza d’onda che l’inchiostro assorbe bene; un impulso brevissimo (nano/picosecondi) sprigiona calore e soprattutto un effetto fotoacustico che spezza le particelle d’inchiostro. I frammenti vengono poi “mangiati” dai macrofagi e smaltiti via sistema linfatico. Per questo servono più sedute e fra un passaggio e l’altro bisogna dare tempo al corpo di drenare. Alcuni colori (strati, coperture, pigmenti particolari) richiedono più passate o rispondono peggio.
Fonti: PBC PBC2
Capitolo rischi (scientificamente, non “da bar”). Sappiamo che, durante il trattamento, certi pigmenti si degradano in prodotti chimici: con il “blu ftalocianina”, ad esempio, in laboratorio si sono misurate tracce di acido cianidrico dopo irradiazione laser; altri pigmenti azoici possono liberare ammine aromatiche. Inoltre, una parte dei frammenti migra ai linfonodi: lo hanno mostrato analisi post-mortem con tecniche avanzate. E la letteratura tossicologica ricorda che la biodistribuzione e gli effetti a lunga durata dei prodotti di degradazione non sono ancora del tutto chiariti: servono dati più solidi nel lungo periodo.
Fonti: Nature Nature2 JID
Il laser non è il tasto “reset” del tatuaggio: renderne più semplice la rimozione finisce per annacquare l’idea di permanenza e la responsabilità della scelta. La via saggia? Affidarsi a tatuatori e tatuatrici appassionati e preparati, non a mercenari col catalogo-moda: chi lavora bene sa guidarti su stile, soggetto e posizionamento, costruendo un pezzo che invecchia con te invece di scadere insieme al trend del momento.
In breve: meglio investire in un buon progetto con un buon professionista che inseguire la moda… e poi inseguire un laser.
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